Conversazione sul Brasile con Diego D’Ermoggine (shortly also for english readers)


Questo post ospita una conversazione con Diego D’Ermoggine sul Brasile che trae spunto dal suo recente post sull’internazionalizzazione. Diego con una cultura umanistica diego dere una formazione giuridica, nel corso della sua vita professionale si è occupato essenzialmente di sviluppo di impresa e di marketing. Ha anche fatto diverse esperienze all’estero e quella più significativa (durata diversi anni di residenza e ancora viva nei legami e nelle frequentazioni) è legata al Brasile. Oggi Diego si occupa di accompagnare le imprese italiane nel non facile approccio al mercato ed al sistema economico brasiliani ed è referente internazionale di CEBRASSE (la Confederazione Brasiliana del settore dei Servizi), di cui è uno dei fondatori, e di Museu a Ceù Aberto, una innovativa associazione di cultura internazionale.

 

AB: Diego, com’è iniziata la tua frequentazione del Brasile?     DDE: Nel 1996 andai per la prima volta in Brasile, a San Paolo, per seguire con Consiel e in collaborazione con la FIA-USP un’importante consulenza per la ristrutturazione del marketing di TELESP che ai tempi era la compagnia telefonica monopolista per lo Stato di San Paolo; durante le privatizzazioni la società fu poi acquisita da Telefonica.  Nel 1999 mi trasferii a San Paolo come Amministratore Delegato della Consiel do Brasil, seguendone la fase di start up. In seguito aprii una mia società di consulenza, la Brasil Meeting Points, occupandomi anche dell’organizzazione di grandi mostre con Museu a Céu Aberto, una Società Civile di Interesse Pubblico con la quale abbiamo realizzato negli anni molte iniziative culturali: dalla grande mostra sui Capolavori della Calabria, alla mostra sulle macchine di Leonardo, dalla mostra sulla bellezza nelle sculture di Michelangelo a Modigliani, dai grandi pittori spagnoli fino alla mostra su Carlo Levi e tante altre. Sono stato residente a San Paolo fino al 2006 quando sono rientrato in Italia, continuando a seguire vari progetti in Brasile e mantenendo strette relazioni, anche grazie alle frequenti visite.

Brasile teatro a san paulo

AB: Com’era la condizione del Paese al tempo sia da un punto di vista del fare impresa che da quello sociale? Quali sono state le linee evolutive più marcate?     DDE: Nel 1996 il Brasile era appena agli inizi del grande processo di trasformazione che lo ha portato in pochi anni ai grandi progressi che oggi ne fanno una delle potenze economiche più importanti del Mondo. La presidenza di Fernando Henrique Cardoso poneva le premesse fondamentali per lo sviluppo grazie ad alcuni interventi di riforma realizzati in quel periodo:

moneta stabile e forte; apertura (seppure fortemente controllata) del mercato; attrazione di investimenti stranieri; indipendenza del Banco Central; investimenti in infrastrutture; investimenti in educazione; politiche sociali per fare uscire dalla indigenza ampie fasce di popolazione (pensiamo che negli ultimi dieci anni oltre trenta milioni di persone sono passate dalla classe E alla classe D o C!); legge di responsabilità fiscale degli ammistratori pubblici; rigida politica monetaria con controllo rigido dell’inflazione. Ne abbiamo visto gli effetti positivi nel corso degli anni e Lula stesso, successore di Cardoso, ha raccolto negli anni della sua presidenza i frutti politici di questo grande lavoro, non alterandone i fondamentali. Anche la presidenza di Dilma Roussef sta proseguendo nel solco dello stesso percorso.

AB: So che tu sostieni che ‘il miracolo brasiliano’ non è un fenomeno maturato da Lula in poi ma che ha radici storiche e politiche più profonde. Ci puoi spiegare cosa intendi?  DDE: Ho citato nella risposta precedente alcuni interventi di politica economica e sociale le cui premesse sono state impostate da Fernando Henrique Cardoso. L’intelligenza di Lula è stata quella di non stravolgere quanto di buono fatto dal suo predecessore ma di enfatizzare al massimo la parte relativa alle politiche sociali. Il miracolo brasiliano non è figlio del caso ma è il frutto di politiche meditate, pianificate e portate avanti da una classe dirigente di grande qualità. Abbiamo una classe dirigente molto preparata che, mediamente, ha un tasso di istruzione molto elevato e una etá media intorno ai 40/45 anni con grandi doti di leadership.

AB: Diversamente dai pareri entusiastici e superficiali di molti corifei dei Paesi in forte sviluppo, tu hai sviluppato un punto di vista molto rigoroso su quali siano le minacce concrete alla crescita della prosperità del Paese. Ce le vuoi illustrare? DDE: Sicuramente il problema della corruzione di parte della classe politica, specie quella più periferica e meno esposta al controllo sociale, con tutto ciò che porta con sé in termini di aumento indiscriminato della spesa pubblica è uno dei principali problemi del Brasile al quale non sembra si stia rispondendo in maniera adeguata e con la dovuta efficacia. La recente svalutazione del real sta avendo come conseguenza un aumento dei prezzi che potrebbe avere conseguenze negative sul processo di sviluppo che, di fatto, segna un forte rallentamento.  Esistono, inoltre, gravi problemi di violenza ai quali non sembra si stiano dando risposte adeguate, con conseguenze molto pesanti in termini di attrazione degli investimenti e di qualità della vita.

AB: Una cosa singolare di questi anni è che si è rovesciata del tutto la prospettiva con cui gli italiani percepiscono il gigante Brasile: oggi sono i brasiliani (anche e soprattutto di origine italiana) che guardano a noi con una strana aria paternalistica però mista ad un enorme ammirazione e orgoglio. E’ così?      DDE: Nel 1996 per la america america di franz ceramiprima volta scoprii che esisteva un “primo mondo” e che io, essendo italiano, ne facevo parte. Oggi questa classificazione forse si è un tantino alterata, per lo meno in termini di forza economica e questo sicuramente, in qualcuno, può avere dato adito a una certa arroganza. Non distinguerei sinceramente tra brasiliani di origine italiana ed altri. A me pare che questa sia una connotazione sicuramente forte da un punto di vista emotivo e personale ma che non ha conseguenze di tipo sociale rilevante.

Certo è che l’Italia con il Brasile potrebbe e dovrebbe fare molto di più per sfruttare il potenziale enorme di un bacino di circa trenta milioni di italo-discendenti. Purtroppo, in Brasile come in qualunque altra parte di mondo, non brilliamo né per iniziative, né per coerenza, né per coordinamento tra i vari enti ed istituti che a ciò sono preposti. Credo che potremmo davvero lavorare molto di più con il Brasile di quanto non si faccia. Penso per esempio al turismo: non ha senso che la Francia attiri oltre centomila turisti brasiliani in più all’anno di quanto faccia l’Italia! Possiamo e dobbiamo fare molto di più.

AB: L’evoluzione del quadro economico e finanziario (soprattutto quella dei tassi delle banche centrali) sta determinando negli ultimi mesi un forte calo delle Borsa brasiliana e un sensibile flusso di capitali in uscita dal Paese. In che senso, secondo te, anche paesi in via di sviluppo come il Brasile possono dipendere fortemente dalle dinamiche della finanza internazionale? E’ possibile – a tuo parere – mettere tale crescita al riparo di fenomeni che stanno – invece – segnando il destino delle economie più mature?   DDE: Il Brasile ha ormai superato i 200 milioni di abitanti. Si tratta di un mercato e di una domanda interna che – indipendentemente dalla congiuntura internazionale – spinge e spingerà l’economia ancora per molti anni. Le dinamiche di mobilità sociale sono molto più veloci e intense rispetto all’Europa e soprattutto rispetto all’Italia.  Il brasiliano è inoltre abituato storicamente alle crisi molto più che da noi; pertanto non vedo all’orizzonte grossi problemi in tal senso. Se pensiamo a quanto ancora c’è da fare in termini di infrastrutture possiamo prevedere comunque un flusso di investimenti pubblici che alimenteranno un ciclo virtuoso anche negli anni a venire.

AB: Tu non manchi mai di spendere con gli imprenditori italiani parole molto nette sul fatto che investire in Brasile è complicato e rischioso. Troppe volte l’atteggiamento iniziale è quello di sottovalutare il progetto. Il Brasile è un Paese complesso, per molti aspetti più evoluto di quanto si immagini …     DDE: Certamente si. Pensiamo per esempio al sistema bancario brasiliano. E’ avanti anni luce rispetto a quello italiano: il trasferimento elettronico di fondi avviene in tempo reale; la compensazione degli assegni avviene entro le 24 ore, la qualità dei servizi è eccellente; e l’80 % dei clienti utilizza i servizi bancari via internet. Pensiamo alle poste: il “correios” brasiliano consegna (in un paese dalle dimensioni continentali) entro le 24 ore la posta ordinaria.

É un paese che ha grandi eccellenze anche nel pubblico: per esempio la scuola diplomatica brasiliana è considerata una delle migliori al mondo e non è un caso che il Segretario Generale della FAO sia brasiliano e sia brasiliano anche il nuovo Direttore della Organizzazione Mondiale del Commercio.

Purtroppo la maggior parte degli imprenditori italiani soffre della sindrome da “bar sulla spiaggia”; pensa che fare impresa in Brasile sia una passeggiata abbastanza anarchica e si illude che sia tutto facile. Non è cosí. Come diceva qualcuno, mi pare Antonio Carlos Jobim, il “Brasile non è per principianti”, presenta enormi opportunità ma anche grandi rischi ed è un bene affrontarlo con rispetto, umiltà e soprattutto affidandosi a specialisti di comprovata competenza e affidabilità.

AB: Potresti riassumere in tre punti quali debbano essere metodo e cautele nell’affrontare un progetto di investimento in Brasile? E quali sono, secondo te, le opportunità più interessanti?   DDE: 1. Innanzitutto studiare il mercato e pianificare maniacalmente modalità, tempi e risorse disponibili per investire seriamente in una prospettiva temporale ampia sul mercato brasiliano. 2. Farsi accompagnare da consulenti esperti e veri conoscitori del mercato e evitare assolutamente il “fai da te”! 3. Porre estrema attenzione alla scelta del manager che dovrà gestire l’operazione.

Invece, non farei una classificazione delle opportunità perché davvero esse sono tante e tagliano orizzontalmente una gamma vasta di possibilità. Dalla tecnologia alle macchine utensili, dal franchising al turismo, dal food al tempo libero alla formazione sono davvero tante le possibilità di successo in un paese come il Brasile.

AB: Vuoi raccontare un caso di successo e uno d’insuccesso che ti sembrano paradigmatici (naturalmente senza citare nomi …)   DDE: Difficile scegliere tra i tanti casi, alcuni peraltro notissimi … Come caso di successo penso per esempio ad una nostra nota industria dolciaria che ha pianificato e realizzato benissimo un piano di entrata nel paese che oggi rappresenta il suo secondo mercato a livello mondiale. Invece, come caso emblematico di insuccesso penso ad una industria motociclistica che, a causa della scelta errata dei consulenti e del socio locale, è riuscita nella impresa di non vendere neanche una motocicletta e di avere in corso un onerosissimo contenzioso con le dogane brasiliane.

AB: Fra le tante iniziative interessanti che hai promosso in questi anni voglio citare la prima mostra di Modigliani e i calchi di Leonardo. Due debutti clamorosi per la cultura italiana in Sud America … ma so che c’è dell’altro …   DDE: Sto lavorando ad una mostra su Garibaldi, davvero molto interessante, anche per i legami che uniscono Brasile ed Italia nel nome di questa figura e ad una mostra su Francesco d’Assisi.

AB: Se tu dovessi immaginare il Brasile da qui a cinque anni, cosa vedi?    DDE: Vedo un paese più giusto in conseguenza del risveglio sociale e della maggiore consapevolezza dei diritti da parte delle persone. Vedo un paese meno violento. Vedo un paese più consapevole del suo ruolo nel mondo. Un paese dove, forse, potrei tornare a vivere.

AB: Rio de Janeiro e Sao Paulo in due parole per come le senti tu.    DDE: Mi piace questa domanda. Sono due città che amo. Due metropoli del mondo moderno. Rappresentano, insieme, il Brasile in tutte le sue contraddizioni. La bellezza ed il business, l’oceano e i grattacieli, la musica e l’arte, la grande solidarietà. Dioniso ed Apollo in salsa tropicale. Uniche e irripetibili.

AB: Grazie Diego.

Immagini:

1. Il Teatro Municipale di San Paolo. A San Paolo si tengono più di 5.000 rappresentazioni all’anno nelle diecine di teatri della città che ospita anche una diecine delle migliori Università del Brasile. La promozione della cultura e dell’identità è uno dei motori di questa fase di sviluppo.

2. America America è una installazione di arte globale pensata da Franz Cerami. Si tratta della proiezione di ritratti di famiglie emigrate in Brasile sulla facciata del Museo delle Immagini e dei Suoni di San Paolo.

Chiunque volesse commentare questi spunti di Diego o chiedere maggiori informazioni sul tema ‘Doing business in Brazil’ può farlo nella sezione ‘Commenti’ di Naimation, oppure scrivendo a info@naimaconsulting.it o direttamente a diegodermoggine@gmail.com.

Advertisements

About naimation

founder of Naima S.r.l. active in contact management
This entry was posted in Alessandro Bruni, Brasile, Brazil, Conversazione, Diego d'Ermoggine, Estero, internazionalizzazione, Uncategorized. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s