Troppo di tutto!


X QUELLI DI FRETTA: la nostra capacità di focalizzarci quando usiamo la rete è messa a repentaglio dalla vastità degli stimoli che ne riceviamo. Come evitare questo effetto collaterale indesiderato? Oppure questa abbondanza è una fonte straordinaria di opportunità? Come possiamo organizzare il nostro pensiero in maniera razionale al riguardo?

Abbiamo la sensazione di essere esposti a più stimoli di quelli che riusciamo ad elaborare. Dappertutto spuntano idee, resoconti, ricerche, blogs, links, articoli, libri, discussioni, convegni e raramente possiamo dire che siano del tutto distanti dalle cose su cui siamo già focalizzati o intendiamo farlo per lo sviluppo della nostra impresa. Soprattutto se noi e la nostra impresa siamo coinvolti in un processo di innovazione. Il pensiero strategico si sviluppa ormai su più dimensioni: geograficamente non c’è area del mondo che non possa suggerirci opportunità; e guardare gli altri settori, un tempo distanti gli anni-luce e nettamente separati dal nostro, rappresenta spessissimo una fonte di ispirazione non solo pertinente ma anche decisiva.

Dall’altra parte il buon senso ci dice che non possiamo e non riusciamo ad occuparci di tutto e anche la letteratura scientifica, di management e tecnologica brulica di ‘caveat‘ sui pericoli del pensiero dispersivo. Largamente ispirata all’idea del cervello come di una macchina sequenziale Charlie_Chaplin_3a stati finiti, questa letteratura adesso ci mette in guardia dall’assenza di focus come una cosa pericolosissima. Eppure per anni sono state magnificate le virtù inenarrabili della Rete e della conoscenza digitale come forma di conoscenza ampia, profonda, diffusa, disponibile, moderna; come fosse il ‘nuovo motore’ della innovazione e della competizione. Il day-by-day – poi – fa il resto presentandoci giornalmente il conto del tempo ‘perso’ dietro a piccole o grandi cose, spesso incompiute. E così il nostro tempo lavorativo (e la sua percezione) si dilata sino a divorare tutto ciò che possediamo e proiettando su tutto la sensazione di una biblica inadeguatezza: “per quanto abbia fatto mi sarò forse perso qualcosa di decisivo fra le pieghe delle mail, nei blog che non riesco a seguire, sui social? ma dovrò pur anche lavorare!”

Proviamo a sviluppare un pensiero autonomo al riguardo? Riflettiamo con calma sulla fonte delle nostre ultime 3-5 iniziative fondamentali, che hanno cambiato la vita della nostra azienda (o anche quella personale): si tratti di un prodotto, di una alleanza, di una modalità distributiva, di una modalità di comunicare, di una collaborazione, etc. Da dove ci è venuta l’ispirazione, da dove i contributi per svilupparla? dove abbiamo tratto il know-how per metterla in pratica e come l’abbiamo comunicata? come abbiamo potuto condividerla e diffonderla? Come abbiamo appreso se aveva successo e come l’abbiamo corretta in corso d’opera? Ci accorgeremo che il processo che ci ha portato dal pensiero all’azione non è così polarizzato e pre-organiozzato e che esso risponde in parte ad una esigenza più o meno definita ed in parte ad una inclinazione naturale della nostra cultura e di quella dell’organizzazione in cui viviamo.

Allora l’efficienza, la simmetria e la sequenzialità non sono le caratteristiche fondamentali del nostro processo cognitivo né di quello che ci porta ad agire ed a decidere. Esse sono – semmai – elementi del nostro processo produttivo, che viene dopo l’ideazione. Questa fase ideativa è di necessità dispersiva, lunga e tortuosa perché tende ad abbracciare tutto l’universo che ci circonda ed a trarne spunti e indicazioni, a costituire un punto di osservazione e di influenza, un nucleo forte fra mille altre forze ed influenze.

In effetti tutte le grandi civiltà che hanno segnato la storia si sono servite di esploratori che vagavano anche per anni prima di trovare una nuova terra promettente per i loro committenti. Questo vale anche per le scoperte scientifiche il cui sfruttamento su larga scala è preceduto da anni di tentativi spesso apparentemente campati in aria: si pensi alla macchina di Turing rispetto ai moderni calcolatori. E in arte, si pensi alla ‘lunga gestazione’ del cubismo in pittura o della musica atonale.

Ma cosa c’entra l’impresa in tutto questo? Se oggi il valore concreto di un’impresa risiede in maniera decisiva nella sua capacità ideativa, nella abilità di modellare uno stile di vita o una modalità di consumo o fruizione o nello stabilire relazioni ed alleanze decisive che abbiano un senso in prospettiva e se questo ormai riguarda sia il prodotto in sé che la sua comunicazione e distribuzione, allora le imprese sono in pieno coinvolte in questo processo apparentemente dispersivo: scomporre e ricomporre il mondo che le circonda per poterne far parte utilmente. Questa dispersione non è imputabile agli strumenti digitali; anzi, forse in questo processo così importante la rete e le tecnologie digitali sono fondamentali proprio perché ci aiutano ad allargare concretamente e a dismisura la nostra visuale ed a farlo in maniera sistematica e comunicativa. Per il resto abbiamo bisogno di tutto il tempo che ci vuole, non un minuto di meno.

Immagine: Charlot sorride dentro la macchina che lo sta per stritolare. Così è sempre stato il nostro rapporto con la tecnica: serviti o asserviti? Liberati dalla fatica e altrimenti schiavizzati? E così anche con la più intangibile delle tecniche, quella digitale. La differenza sta nella postura e nella qualità eccentrica di quel sorriso che guarda oltre, che sa e vuole altre cose.

Per conoscere il tuo pensiero al riguardo rispondi ai due sondaggi qui sotto (i cui risultati condivideremo) e commenta il post: il tuo pensiero è molto prezioso per noi e per gli altri lettori. Grazie!

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About naimation

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8 Responses to Troppo di tutto!

  1. Ci sono tanti modi di usare il web. Ed e’ vero che siamo continuamente bombardati di informazioni ed idee. Il mio atteggiamento e’ di limitare fortemente le capacita’ di push del web, ed usarlo principalmente in modo pull. Cioe’ quando mi serve qualcosa lo vado a cercare, ma cerco di non ascoltare il rumore di fondo delle cose che mi arrivano dal web. Naturalmente non posso applicare questo modello rigorosamente, perche’ cosi’ facendo non saprei neanche che le cose esistono, e certamente non potrei andarle a cercare. Sottoscrivo ad alcune mailing list a basso volume e dedico alcuni minuti al giorno per vedere se c’e’ qualcosa di interessante, ma mi impongo limitazioni temporali per evitare quella frustrante sensazione di “tempo perso”.
    Personalmente cerco di implementare il modello 70/20/10:
    http://en.wikipedia.org/wiki/70/20/10_Model.
    70% core business (attivita’ focalizzata sul progetto attuale)
    20% future projects, extensions of core business, new ideas (cerco esplicitamente cose nuove usando nel mio caso i canali di pubblicazione scientifica, conferenze, etc.)
    10% pie in the sky (mi lascio trasportare dalla curiosita’).
    Non posso dire che che quel 10% abbia portato poi a conseguenze misurabili o a nuovi progetti, pero’ ha allargato la mia competenza in direzioni non convenzionali e (credo) permetta di migliorare l’approccio alle attivita’ normali.

    • naimation says:

      Grazie Francesco. Concordo con il suggerimento metodologico che può essere una guide-line interessante perché delinea una prospettiva che si articola nel tempo e che preserva il focus principale sulle cose on-going.

  2. Concordo anche io con Francesco. Interessante il modello evidenziato. Spesso però mi lascio rapire dall’operatività e non riesco a ritagliarmi i giusti spazi per accrescere le mie competenze o per esplorare il web alla ricerca di spunti interessanti…

    • naimation says:

      Fabio, puoi spiegarti meglio : a quale operatività ti riferisci? Quella legata alla routine lavorativa o piuttosto ti riferisci al fatto di non dare un ‘Focus’ alla tua attività di ricerca sul web?

      In realtà il ‘metodo’ indicato da Francesco (che anch’ io apprezzo) nasce sullo sfondo di una sociologia del lavoro molto tradizionale che si preoccupa sostanzialmente di definire un metodo con cui decidere ‘a chi dare attenzione’ … È interessante che essa sia applicabile anche alla Rete dove in realtà non c’è nessun ‘chi’ che reclami attenzione! Veramente interessante.

  3. ocamartina says:

    Grazie Alex. Ho apprezzato moltissimo il pezzo che hai scritto e ne condivido i contenuti, ma non saprei indicarti, per quanto riguarda il mio lavoro (per i tuoi lettori: studio degli scenari macroeconomici, analisi imprese media, tlc, rete) quanta influenza ha l’web sulla gestione e sulla capacità di creare idee.
    Le tematiche sono quasi sempre le stesse, così come le fonti di “approvvigionamento”.
    Se, invece, si amplia il discorso a un utilizzo extra-professionale e più legato all’esplorazione molto dipende dallo stato d’animo e dal quotidiano che stai attraversando.
    Nel mio caso, l’esplorazione è legata al sentiment del momento.
    Credo che la rete sia la casa della serendipità ed è la cosa che più mi diverte.

    • naimation says:

      beh, cara Ocamartina (ma credo di sapere chi si nasconde dietro a questo pseudonimo) questa della serendipity della rete è decisamente originale come pensiero! dunque, se ho ben capito, la rete si presta sia ad un uso produttivo ed efficiente che ad una ricerca senza apparente scopo e questi due utilizzi definiscono e distinguono anche l’uso professionale da quello personale … su questo punto sono meno d’accordo perché penso che sia proprio la rete ad aver messo a repentaglio una volta per tutte questa definizione ‘fondista’ che distingue pubblico da privato. c’è semmai una sfera comunicativa ed una funzionale ma esse attraversano sia l’ambito privato che quello professionale. questo è il tema che le aziende chiedono di affrontare recentemente: se limito l’accesso ai social da parte dei miei dipendenti allora limito anche il potenziale comunicativo che deriva dal loro sistema di relazione; se invece lascio aperti tutti i loro canali comunicativi allora c’è una dispersione enorme … ma questo sarà sicuramente un tema da prossimo post … grazie al tuo spunto …

  4. stellaharvey says:

    I read your blog, parts in translation. Not sure I understood it completely but I think you’re saying we can make use of technology for further innovation. But there is always a risk. For me, I’m in awe of technology and what it can accomplish, but it will never replace what I think is the most important element in sound business – relationships, communication, people understanding the objective and collectively working towards it. It is people who innovate, not technology. The latter is simply a tool.

    • naimation says:

      Dear, Stella thanks for your patience in translating! Although I suspect Italian is not so far away from your personal life, right? I must tell you I just learned that very distinguished US authors on the web will translate from Italian to comment and interact! That is very nice provided your language (English) rules the world.

      Back to technology: yes, we have to be very careful in carving out our digital agenda from our lives, meantime preserving the uniqueness of our human touch, provided we have any, of course! But the point is: can we really be over-exposed when it comes to relationships? And can we ask for efficiency when we are simply in the flow of creating something new? Will digital technologies somehow better help us thru? What do you think? Ciao!

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